Un modo facile per imparare le lingue

 La lettura e l’ascolto sono state le  compagne principali del lungo e meraviglioso viaggio nel mondo delle lingue che ho intrapreso 13 anni fa. E’ da questa avventura che è nato il metodo particolarmente efficace che uso per imparare altri idiomi.

Il metodo è semplice. Studiare ogni giorno (1-2 ore al massimo). Le scorciatoie che ti offrono ad ogni angolo di internet sono attraenti, e ti danno l’impressione di poter riuscire in pochi mesi, ma gli effetti scompaiono velocemente. Il mio metodo è efficace e, nel medio e lungo termine, permette di conoscere e soprattutto di usare una lingua con disinvoltura.

La qualità dello studio all’inizio della tua avventura fa la differenza fra uno studente eccellente ed uno mediocre, non solo in termini di capacità espressive e grammaticali, ma anche in termini di accento ed intonazione.

I 4 componenti principali

  • Ascoltare
  • Ripetere
  • Scrivere
  • Tradurre

(* Tradurre dalla propria lingua alla lingua che si sta imparando è il passo fondamentale che “chiude il cerchio” e che molti studenti trascurano).

 Il mio metodo mi permette di acquisire e ricordare l’80% di ciò che leggo, studio e ascolto.

 Tante persone ambiscono a parlare una lingua in tempi record ed alcuni arrivano a studiare per 10 ore al giorno. E’ la maniera migliore per arrivare all’esaurimento altrettanto velocemente!

Ritmo

Più velocemente impari, e più velocemente dimentichi, se non usi l’informazione “incamerata” in maniera regolare e frequente. Entra da una parte e esce dall’altra, come si dice.

Il segreto del successo in una lingua risiede in un’acquisizione distribuita a lungo termine. E’ obbligatorio apprendere in maniera strutturata e graduale al fine di costruire ciò che io definisco un “nucleo linguistico”. Una volta acquisita questa base si arriva a conversare fluentemente e gradevolmente con un madrelingua nel giro di 1-2 anni (a seconda della lingua in questione). Nello stesso scenario, coloro che hanno studiato un certo numero di lingue contemporaneamente o in maniera poco strutturata hanno meno probabilità di parlare altrettanto bene, o addirittura di non parlare affatto.

Il nucleo di una lingua

 Sviluppare, costruire, far crescere un “nucleo” nel proprio cervello significa costruire una base solida nella lingua che si studia, un’autonomia linguistica che permette di espandere le conoscenze acquisite oltre che raffinare le capacità per usarle in un contesto reale.

 La qualità dello studio nei primi 8-12 mesi è cruciale.

 Solo a questo punto l’altro ingrediente necessario per l’acquisizione di una lingua – la QUANTITA’ – può essere aggiunta alla ricetta per il successo.

 Preparazione

 Preparare e allenare il tuo cervello a ricevere informazioni e conservarne il contenuto.

 Assorbire, attraverso tecniche specifiche, non solo i i suoni ma anche e soprattutto come vengono messi insieme, cioè l’intonazione, “essenza fonetica” unica per ogni lingua.

 Leggere ed ascoltare allo stesso tempo è estremamente efficace, e lo ancora di più quando si ha già un buon vocabolario e una buona comprensione delle strutture grammaticali

 Imparare è più facile si ci si garantisce in ogni momento di capire ciò che si sta leggendo e ascoltando

 Se già conosci un’ottima quantità di parole è molto più gradevole ed efficace leggere un articolo o ascoltare (e leggere) un podcast

 Tutte queste idee saranno sviluppate, dettagliate e spiegate nei seguenti blog e video blog. Siete liberi di lasciare opinioni, domande e commenti, farò del mio meglio per soddisfare la vostra curiosità

I tre stadi evolutivi nell’apprendimento di una lingua

Acquisire una lingua è un processo che richiede tempo. Il tempo è una della parole chiave a cui dobbiamo sempre fare riferimento dal momento in cui veniamo a contatto con le prima parole di una nuova lingua.

Un’altra parola chiave da aggiungere al concetto di tempo è il metodo.  Premettendo che ognuno sviluppa un nucleo linguistico secondo propri tempi e modalità, ci sono dei principi di base a cui si dovrebbe sempre fare riferimento.

Un metodo è efficace quando è flessibile. Il successo nello sviluppo di un nucleo linguistico non dipende solo dal tempo impiegato, ma da come lo si usa. Il mio metodo è flessibile nel senso che evolve nel tempo e si adatta alla fase di apprendimento in cui ci si trova.

Come in tutti i processi di acquisizione cognitiva, il cervello umano acquisisce le informazioni in maniera progressiva nel tempo. L’apprendimento delle lingue è un particolare caso di processo cognitivo, e come tale va considerato. Non si tratta solo di acquisire conoscenze, ma di sviluppare delle capacità ad esse complementari .

I manuali di lingue, i corsi impartiti negli istituti di lingue, e i test sostenuti nelle scuole o nelle università si basano su una rigida suddivisione dei livelli (vedi qui). Malgrado la varietà delle possibili suddivisioni si distinguono in genere 3 fasce principali: principiante, intermedio e avanzato.

Anche il mio metodo si basa su questa distinzione fondamentale, e si “adatta” ad ogni fase a seconda delle caratteristiche e dei problemi che essa presenta.

Qui di seguito sono riportate le caratteristiche principali di ciascuna fase e i problemi che ho affrontato nel corso dei miei studi di lingue:

 

Fase 1

 

E’ una delle due fasi più delicate. Tutto è nuovo.

I suoni della lingua risultano indistinti e privi di cesure, ed è difficile distinguerne i singoli elementi.

Le parole sono completamente nuove, sono troppo lunghe o troppo “corte” rispetto a quelle a cui siamo abituati nella nostra lingua madre.

La costruzione della frase risulta difficile, a volte molto diversa dalla nostra (*).

L’acquisizione e l’assorbimento di una moltitudine di suoni, parole e strutture è lenta perché il cervello sta analizzando e prendendo confidenza con forme linguistiche sconosciute, e le sta “immagazzinando” in luoghi ben precisi all’interno della sua struttura. I neuroni assimilano i nuovi vocaboli, ma manca ancora quella “rete” che legherà parole a suoni. Ad un livello superiore, manca la visione d’insieme di una lingua, cioè quel meccanismo che sistema ed interpreta tutte le informazioni in un unicum coerente: il “nucleo linguistico”.

Fase 2

 

E’ la fase intermedia.

La voce di un madrelingua non è più un inestricabile pattern vocale, si distinguono suoni chiari, in frasi pronunciate lentamente e in un contesto noto. Si comincia a comprendere la meccanica della pronuncia e la dinamica dell’intonazione. .

La quantità di vocali o consonanti delle parole non è più un problema.

Si comincia a prendere confidenza con la struttura della frase.

L’acquisizione e l’assorbimento di una moltitudine di suoni, parole e strutture, diventa più concreta e rapida. Il cervello sta mettendo insieme i pezzi del puzzle che sono stati collezionati attraverso l’ascolto e la lettura, la produzione orale e la scrittura. Le cose risultano più facili, ma si ha l’impressione di non essere ancora in grado di usare la lingua in un contesto reale.

 

Fase 3 

 

Tra la fase intermedia e quella avanzata accade improvvisamente che tutto ciò che prima risultava difficile (in termini di comprensione e produzione orale) diventa ora più facile: si riescono a seguire i programmi televisivi, si ha una maggiore capacità di dialogo con i  madrelingua, si ha una relativa facilità nel formulare pensieri e articolarli verbalmente. Si è raggiunto ciò che molti chiamano “punto di epifania”.

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E’ a partire da questo punto che si interrompe lo studio sistematico attraverso i manuali e si comincia a praticare e a sfruttare la lingua.

Ciò non significa che l’apprendimento si arresti qui. E’ proprio nella fase avanzata che l’acquisizione della lingua diventa reale e profonda.

Dopo aver accarezzato la superficie dell’oceano illudendosi di averlo dominato, si è pronti a tuffarcisi dentro e ammirarne la profondità e la ricchezza.

Il ritmo o passo di apprendimento si deve dunque adattare alle specifiche delle varie fasi. Una volta inquadrato il problema e aver capito cosa affrontare, bisogna considerare e soppesare il modo in cui farlo: capire come imparare una lingua a seconda della fase in cui ci si trova.

E’ uno degli argomenti che svilupperò nei prossimi mesi sul blog.

(*) le lingue agglutinanti risultano particolarmente ostiche per un parlante di lingue dalla cosiddetta struttura SOV (soggetto verbo oggetto) come ad esempio le lingue romanze.

L’importanza dell’accento in una lingua straniera – Parte 1/3

Uno degli aspetti più affascinanti e sfuggenti nell’apprendimento di una lingua straniera è la fonetica. “Parlare come un madrelingua” è un’abilità che molti vorrebbero sviluppare, ma pochi riescono a raggiungere. Ci si chiede tuttavia:

-         E’ uno sforzo che vale la pena di fare?

-         Si tratta di qualcosa che chiunque può raggiungere?

-         Dovremmo semplicemte accontentarci di avere una pronuncia chiara e un vocabolario e una grammatica sufficienti a comunicare?

Alcuni, me compreso, pensano che “parlare come un madrelingua” sia un’abilità che si può sviluppare. Basta crederci e impegnarsi attraverso un lavoro quotidiano mirato.

Quali sono i problemi da affrontare nell’acquisizione un accento in una lingua straniera?

 

1) Fattore psicologico: quando si impara una nuova lingua e si viene a contatto con dei madrelingua, l’impatto emotivo può essere difficile. Queste le paure principali:

- apparire goffi

- dire qualcosa di inappropriato

- alternare frasi ad imbarazzanti silenzi o balbettii

2) Fattore fisico: il cervello umano è un “filtro uditivo” che perde la sua capacità di percezione sonora con l’avanzare dell’età.

Per sviluppare un accento vicino a quello di un madrelingua, è necessario esercitarsi nel riprodurre:

-  le singole parole

-  intere frasi

Pronuncia di singole parole

 

I fonemi (o suoni della lingua) possono essere classificati in 3 categorie principali:

1. fonemi esistenti nella propria lingua madre

2. fonemi che somigliano

3. fonemi sconosciuti

Sound mapping

Il sound mapping è il meccanismo attraverso il quale il cervello tende ad interpretare alcuni suoni della lingua straniera come “uguali” a quelli esistenti della propria lingua madre o ad essi molto simili (si veda in particolare qui).

Fonemi simili o sconosciuti

Per entrambi questi suoni, il cervello deve creare un ponte fra percezione uditiva e riproduzione vocale. Tale processo rappresenta una difficoltà “fisica” vera e propria per lo studente.

Intonazione della frase

Un problema comune a tutti gli studenti di lingue è quello dell’intonazione: è il processo attraverso il quale vengono aggregati i singoli suoni al fine di produrre un intero enunciato.

Gli elementi a cui bisogna prestare attenzione sono il tono (pitch), il ritmo e l’intonazione della frase.

L’intonazione, conosciuta anche come prosodia, è divenuta importante oggetto di ricerca nella linguistica contemporanea.

L’accento e lo stress di una lingua costituiscono il ritmo peculiare che la contraddistingue. E’ quindi importante per lo studente prestare sempre un’attenzione particolare a queste caratteristiche. Nelle lingue tonali la variazione di tono di una stessa sillaba ne determina il significato. Un tipico esempio di lingua tonale è il cinese mandarino, il cui sistema tonale consta di 4 toni:

“mā” (妈) (primo tono – alto e continuo) = “madre”

“má” (麻) (secondo tono – ascendente) = “canapa”

“mǎ” (马) (terzo tono –  discendente/ascendente) = “cavallo”

“mà” (骂) (quarto tono –   discendente) = “insultare”

Esiste inoltre un quinto tono, che viene chiamato “tono neutro” per il fatto di essere privo di tono (per ulteriori informazioni e per vedere come suonano i toni cinesi si veda il seguente articolo).

Nei toni cinesi è il tono di voce (come in una melodia) a dare significati diversi a una stessa sillaba. In inglese si usa lo stesso meccanismo per conferire un diverso significato. L’intonazione si alza a fine frase nel caso di una domanda e cade quando si vuole esprimere un comando. La differenza con il cinese è che il significato delle parole rimane lo stesso.

L’italiano non è considerato una lingua tonale. Eppure si potrebbero usare i toni del cinese per descriverne la pronuncia di singole parole e vedere come varia la curva melodica nel metterle insieme.

In italiano, l’accento tonico è il “tono” che viene dato ad una sillaba in particolare tra quelle che compongono la parola, ed è un elemento che fa sembrare l’italiano una lingua cantilenante a un orecchio straniero.

Cominciamo con il considerare una singola parola:

“Prendiamo” è una parola composta da tre sillabe. L’accento tonico cade sulla seconda sillaba. La sillaba che la precede viene pronunciata con un tono alto, mentre quella che la segue con un tono molto basso (simile al tono neutro in cinese).

Usando i toni cinesi, si potrebbe “raffigurare” questa parola come:

Prēn-dià-mo.

All’interno di una frase, il risultato è diverso:

Prēndiāmō l’āutōstràda.

Le sillabe di “prendiamo”sono pronunciate in maniera diversa perché la frase si appoggia sulla parola “autostrada”.

Se non si fosse tenuto conto di questa trasformazione (o shift vocalico), il risultato sarebbe stato:

“Prēndiàmo l’āutōstràda”

La frase, così pronunciata, risulterebbe sgradevole ad un madrelingua.

Conclusione: pronunciare perfettamente le singole parole di una lingua non significa essere in grado di riprodurre intere frasi con un accento vicino a quello di un madrelingua.

 

I vantaggi di avvicinarsi alla pronuncia di un madrelingua.

 

Dando per scontato di aver raggiunto una buona conoscenza della lingua, nonché un discreto livello di fluidità verbale, parlare con un accento vicino a quello di un madrelingua offre diversi vantaggi:

  • Socialmente: di solito è il primo argomento di conversazione quando si incontra un madrelingua. Un accento quasi perfetto aiuta a “rompere il ghiaccio” e ad apparire meno stranieri.
  • A livello di comunicazione: il messaggio che si vuole veicolare risulta più chiaro a un madrelingua, il quale non è costretto a fare lo sforzo che farebbe nel caso in cui gli si parlasse con un accento scadente.
  • Culturalmente e linguisticamente: il madrelingua non si vede costretto a semplificare il proprio discorso o a ridurre la portata degli argomenti toccati al fine di adeguarsi al livello del suo interlocutore straniero.
  • Psicologicamente: ci si sente molto più sicuri nel parlare con un madrelingua perché si è certi di essere capiti senza difficoltà.

La fonetica di una lingua è un castello complesso e spesso cangiante, ma è un “luogo” che vale la pena di esplorare considerati gli enormi vantaggi a cui può portare a livello sociale ed emotivo. A mio modesto parere, esistono le possibilità per arrivare a parlare come un madrelingua e se continuate a seguirmi sarò lieto di fornire a tutti voi alcune linee generali su come affrontare questa grande avventura.

Accento madrelingua – Parte 2

IL METODO

Parole singole

E’ importante procedere per passi. Il primo passo è teorico.

In molti corsi di lingue esiste un’introduzione più o meno dettagliata sulla fonetica. Datele un’occhiata rapida. In essa, vengono solitamente esposti:

  • pronuncia delle vocali: quelle identiche alla nostra lingua madre, quelle simili e quelle sconosciute. Vi possono essere vocali isolate o gruppi di vocali.
  • pronuncia delle consonanti: identiche, simili e sconosciute. Si distinguono in consonanti doppie (se esistono), gruppi di consonanti.
  • altre possibili combinazioni

 

Per comprendere le sottili differenze esistente tra suoni simili ma non uguali esistono appositi strumenti analitici teorici quali ad esempio l’IPA o International Phonetic Alphabet (si veda qui). Si tratta di uno strumento molto complesso e dettagliato. Per farvi un’idea, basta vedere lo schema relativo alle possibili configurazioni fonetiche delle vocali all’interno dell’apparato bocca-lingua-gola.

 

 

Intonazione dell’intera frase

 

Alcuni corsi mostrano anche a grandi linee come “suona” la frase di una lingua. La maggior parte di essi, tuttavia, tendono ad omettere l’aspetto della musicalità in quanto non è sempre facile rappresentarlo. Questo costituisce uno dei campi di ricerca più complessi in linguistica

 

 

Dalla teoria alla pratica

La domanda che ci si pone davanti ad uno strumento complesso quale l’IPA è la seguente : usarlo è utile o è una perdita di tempo?

 

La quantità di suoni di una lingua (si parla sempre di versione standard) è limitata. Questo è ovviamente un vantaggio. Lo svantaggio sta nel fatto che non sempre è facile capirli, neanche con l’uso di strumenti quali l’IPA. Per alcuni, questi strumenti sono quasi inutili in confronto al semplice ascolto. Capire un suono e arrivare a pronunciarlo correttamente è un passo molto importante. Se si riesce a superare questa difficoltà nei primi 3 mesi di studio ci si potrà poi dedicare quasi esclusivamente all’espansione di vocabolario e strutture. La pronuncia migliora man mano che si acquisisce una certa fluidità nell’esprimere in lingua i propri pensieri e con la produzione orale.

Vi illustro qui di seguito il mio modo di procedere. Si tratta di un metodo progressivo e, per così dire, con una struttura “a feedback”. Ciò vuol dire che la teoria serve da supporto alla pratica solo se la pratica fa da base alla teoria.

 

 

 

 

Passo 1: breve introduzione della fonetica di una lingua con relativo ascolto dei singoli fonemi

 

E’ l’introduzione fonetica a cui accennavo prima. Affrontate questa lettura sereni, senza pretendere di capire tutto subito: leggetela una, due, tre volte al massimo, ascoltando le registrazioni corrispondenti (ricordate sempre di procurarvi un supporto sonoro). Quando siete pronti, affrontate il passo 2.

 

Passo 2: ascolto e lettura dei dialoghi

 

Il passo 2 corrisponde all’inizio vero e proprio della vostra avventura: cominciate ad ascoltare i dialoghi mentre li leggete. Ascolterete non solo il suono delle singole parole, ma anche come queste vengono aggregate all’interno della frase. Ascoltare e leggere allo stesso tempo è l’operazione chiave che permetterà al vostro cervello di creare un legame suono-parola.

 

Passo 3: analisi fonetica

 

Il passo 3 consiste nel comprendere attivamente la struttura fonetica delle frasi. Armatevi di una matita e scrivete direttamente sul libro (o su delle fotocopie nel caso in cui preferiate lasciare il libro intatto). E’ di estrema importanza ascoltare più volte una stessa frase prestando la massima attenzione al modo in cui viene enunciata oralmente.

L’analisi fonetica consiste nell’utilizzare dei marker specifici (si veda Parte 3) per segnare altezze dei suoni e intonazione che vi permetteranno, successivamente, di leggere un’intera frase senza dover ricorrere al supporto audio. Si tratta di crearsi una vera e propria “guida” all’intonazione delle varie frasi. E’ questo un passo molto importante che vi permette di capire come “suona” la sua voce di un madrelingua. E’ un po’ come annotare la musica su uno spartito per poi saperlo riprodurre con il proprio strumento. Non dimenticate: una cattiva pronuncia è il frutto di un’imitazione priva di comprensione.

 

Passo 4: “estrazione” e “riproduzione” sulla base dell’analisi fonetica

 

“Capire” un testo, analizzandolo sia in termini di significato delle singole frasi che di pronuncia e intonazione, è il primo passo verso una pronuncia corretta. Ma non basta: ora serve saper riprodurre quanto si è capito. Questo lo si fa rileggendo riga per riga il testo sulla base dei marker annotati in sede di analisi fonetica. Infine, registrare la propria voce e farla partire in contemporanea all’audio originale aiuta a notare differenze e somiglianze e quindi ad auto-correggersi.

Passo 5: riscontro tramite l’aiuto di un madrelingua

Il cerchio si chiude con un ingrediente assolutamente fondamentale: il contatto con i madrelingua. Come si è detto, il cervello è un filtro uditivo. Per quanto ci si possa sforzare, si avranno sempre dei piccoli “buchi” in termini di intonazione o pronuncia: sta a voi colmarli mantenendo un atteggiamento di curiosità e autocritica. Non bisogna mai dare nulla per scontato.

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CONCLUSIONE: spiegazioni teoriche e strumenti analitici quali l’IPA risultano utili solo se considerati come ultimo anello di una catena che parte da un approccio diretto (lettura di sommarie spiegazioni introduttive sulla pronuncia dei suoni della lingua e creazione pratica di una propria “guida” fonetica con l’ausilio di specifici marker). Solo dopo aver sviluppato un feeling per i suoni analizzati, si “torna indietro” (il cosiddetto “schema a feedback”) sulle spiegazioni teoriche che, a quel punto, risulteranno meno oscure e molto più utili che in precedenza perché forniranno un riscontro teorico a quanto osservato nella pratica.

Un esempio concreto di tutto questo processo verrà illustrato nella terza e ultima parte.

INTERVISTA A LUCA TOMA

 Buongiorno Luca, come stai? Grazie per aver acconsentito a quest’intervista.

Ciao… grazie a te per avermi dato questa opportunità di dare un piccolo contributo a tutti coloro che come noi sono appassionati di lingue.

Potresti presentarti brevemente e spiegarci un po’ il percorso che ti ha portato fin qui? Dove hai vissuto, che lingue hai imparato, che fai o hai fatto nella vita?

Certo… anch’io sono italiano come te, ho 36 anni, e sono di origine salentine. Fin da piccolo ho avuto due passioni che da sempre hanno incinso nelle mie scelte di vita: l’arte e le lingue straniere. Dopo il liceo artistico, che ho fatto per la mia propensione al disegno, alla pittura e alla scultura, ho deciso di iscrivermi alla facoltà di lingue orientali a Venezia, studiando giapponese e cinese. Dopo un breve soggiorno in Giappone mi sono laureato, per poi ripartire alla volta di Taipei, dove ho migliorato il mio cinese mentre lavoravo come professore di inglese in un asilo. Avevo scritto una tesi di laurea sulla grafica giapponese e l’argomento mi aveva affascinato a tal punto che decisi di fare un master in grafica. Nel frattempo insegnavo italiano part-time, e mi piaceva così tanto che ho finito per abbandonare la grafica e fare il professore di italiano e di inglese in due università di Tokyo. In Giappone sono rimasto in totale 10 anni.

Poi tre anni fa sono tornato in Europa. Volevo insegnare giapponese, ma mi serviva una qualifica. Mi sono quindi trasferito a Londra e ho fatto un master in Linguistica Applicata e Glottologia. Attualmente ricopro la posizione di professore associato di lingua giapponese e italiana presso un’università inglese. E infine… dimenticavo di citare la grande passione per la traduzione. Tale passione mi ha permesso, con il tempo, di diventare traduttore di manga, attività che svolgo di pari passo all’insegnamento. Questo in sintesi l’iter compiuto fino ad ora…

 

Innanzitutto, cominciamo dalla domanda classica: perché hai cominciato a imparare il giapponese? Cosa ti ha spinto, quali erano le tue motivazioni?

 

La passione per il giapponese è iniziata fin da bambino ed è dovuta all’influenza dei cartoni animati. Ricordo che mi affascinavano le scritte giapponesi che vedevo sullo schermo della TV, soprattutto gli ideogrammi. Sapevo che erano di origine cinese e cominciai ad interessarmi ad essi. Alle medie lessi un libro illuminate: “Caratteri cinesi” di Edoardo Fazioli. In esso venivano spiegati per immagini storia e significato dei 214 radicali e mi risultò molto utile. Ma a me interessava il giapponese e all’epoca non era facile reperire materiale in italiano. La soluzione la trovai durante una gita scolastica a Roma: mi comprai una guida della città in giapponese e una in italiano. Per molti anni furono questi i miei libri di testo, insieme a un dizionario giapponese-inglese acquistato in seguito. Copiavo pedissequamente i testi della guida, e poi li confrontavo con la versione italiana. Spesso la pronuncia o significato di qualche termine o struttura grammaticale rimanevano ignoti, ma negli anni questa “analisi comparata” mi permise di acquisire un vasto vocabolario…

Infine, volevo sottolineare il fascino che ha esercitato su di me la calligrafia (shodo) come connubbio tra arte e parola. Appena arrivato in Giappone mi sono iscritto ad una scuola di shodo ottenendo otto anni dopo la qualifica di “maestro”. Uno dei più grandi traguardi della mia vita. Prendere il pennello e copiare tavole di classici cinesi è un modo per combattere lo stress.

Il giapponese è una delle lingue più popolari al mondo, ma ha anche la reputazione di essere una delle più difficili. Dal punto di vista di un italiano (o comunque di un parlante di una lingua “flessiva”), quali sono gli aspetti più difficili del giapponese? E quali invece quelli relativamente facili?

Cominciamo con il dire che il giapponese è facile da pronunciare: possiede 5 vocali tutte simili all’italiano, tranne la “u”. Neanche le consonanti, a parte la “h” aspirata, pongono problemi. A differenza degli anglosassoni, direi quindi che siamo fortunati. A questo si aggiunge poi l’assenza di categorie grammaticali quali gli articoli davanti ai sostantivi, la differenza singolare/plurale, la mancanza di forme del verbo diverse a seconda delle persone.

Per le difficoltà… in primo luogo la scrittura, che consta di un misto tra due sillabari di 50 segni ciascuno (hiragana e katakana), più gli ideogrammi (kanji) di cui ne servono come minimo duemila. L’altra difficoltà, soprattutto ai primi stadi dello studio, è rappresentata poi dalla sintassi, ossia dall’ordine in cui le parole compaiono in una frase. E infine un vocabolario completamente diverso dalle lingue europee, il che rallenta di molto l’acquisizione di nuove parole.

So che insegni all’università… che tipo di approccio adotti con i tuoi studenti? Come procedi con la memorizzazione dei kanji, con la sintassi così difficile? E che approccio consiglieresti, a grandi linee, a coloro che si apprestano a studiarlo autonomamente?

 

In genere seguo un libro di testo in cui mi concentro unicamente sui dialoghi, tralasciando noiosi e meccanici esercizi. Faccio ascoltare l’audio con e senza testo, faccio fare roleplay, ma soprattutto lascio sempre che siano prima gli studenti a intuire autonomamente il senso di nuovi vocaboli o strutture grammaticali. Un approccio che parte sempre da un contesto a cui segue la parte pratica attraverso svariate attività in coppia o di gruppo allo scopo di mantenere viva la curiosità e la motivazione degli studenti.

Riguardo ai kanji, la prassi dei corsi di giapponese è quella di considerarli un elemento a parte, qualcosa di complicato da trattare ad uno stadio successivo, ma io non sono d’accordo. Si tende inoltre a farli imparare singolarmente. Sapere che学 (gaku) vuol dire “imparare” e生 (sei) “nascere” non serve se poi non si riconosce la parola学生 (gakusei), ovvero “studente”. E’ come conoscere il significato di “tele “(lontano) e “fono” (suono) e non sapere che vuol dire “telefono”. Per fortuna, presso l’università dove insegno, l’approccio è diverso. Attraverso una tecnica di “spaced-repetition”, nel giro di poche settimane facciamo in modo che gli studenti arrivino a riconoscere il significato di tutti i componenti di base dei kanji (circa 280 divisi in varie categorie semantiche); si forma così nel cervello un “nucleo” di associazioni tra forme e significati che risulta estremamente utile nello stadio successivo dello studio di vocaboli in kanji, solitamente contenuti nei dialoghi del libro di testo oppure in frasi che diamo da copiare a mano.

Mi chiedevi poi della sintassi… avendo il giapponese una struttura di tipo SOV (soggetto-oggetto-verbo), per dire ad esempio “Oggi non vado a scuola perché ho la febbre” in giapponese dovrei dire “Oggi, febbre ho perché, scuola-a andare-non”. Sembra assurdo riuscire ad esprimersi in questo modo, ma la chiave per velocizzare il processo è abituarsi fin da subito alla struttura della frase. E in tal senso credo che un metodo come il tuo, basato sulla traduzione, sia il più adatto. In genere, alla fine di ogni lezione io fornisco sempre ai miei studenti una serie di frasi contenenti i vocaboli e le strutture studiate e chiedo loro di farne sia una traduzione parola-per-parola che una in un inglese corretto. Sulla base di questo, cercheranno poi di ricostruire il testo originale. Infine, cosa molto importante, chiedo loro di autocorreggersi e notare eventuali errori.

Per coloro che volessero imparare il giapponese da autodidatti, il mio consiglio è quello di seguire un metodo basato proprio sulla possibilità di autocorreggersi. In assenza di un professore, sarà il libro di testo a rappresentare il proprio punto di riferimento. Basta avere un buon libro di testo con dialoghi interessanti, qualche nota grammaticale, e corredato di audio. Per i kanji inizierei studiando a parte tutti i radicali e poi imparerei i vocaboli in kanji in mnaiera naturale, man mano che compaiono nei dialoghi del libro di testo. Per il resto, applicherei questo fantastico metodo della traduzione in L1 e viceversa. I risultati non tarderebbero a manifestarsi!

 

Il pitch accent nella pronuncia del giapponese: conoscerlo fin dall’inizio è importante? Per me lo è stato…

Si, e’ importante sapere che esistono vari pattern e regole di “pitch” anche se è un aspetto che in genere non viene trattato nelle classi di giapponese tradizionali… Consiste nel pronunciare con un’altezza o tono diverso le sillabe all’interno di una parola. Ad esempio, la differnza tra a-ME (“caramella”, basso-alto) e A-me (“pioggia”, alto-basso). Un po’ come nelle parole inglesi DEsert (“deserto”) e to deSERT (“disertare”). L’accento, inoltre, cambia a seconda delle zone, ma lo standard è comunque quello di Tokyo. A mio avviso, mettere gli studenti a conoscenza di questo fenomeno li aiuta ad acquisire consapevolezza della propria pronuncia e migliorarla.

Tu hai vissuto in Giappone per 10 anni, quindi ci puoi fornire un punto di vista privilegiato non solo sulla lingua, ma anche sulla cultura. Cosa conta di più nel contesto lavorativo (umiltà, semplicità…). L’uso scorretto del linguaggio onorifico da parte di un gaijin (“uno straniero”) un po’ imbranato viene comunque perdonato?

Solitamente i giapponesi privilegiano lo spirito di gruppo all’individualismo. In molti ambiti non è prassi comune mettersi in mostra, sfoggiare conoscenze o abilità. Essere umili è una virtù molto apprezzata. Si tende a dissimulare sorridendo, facendo inchini e contenersi piuttosto che esternare il proprio punto di vista come facciamo noi occidentali. Per quanto riguarda invece l’uso del keigo (linguaggio onorifico), direi che non c’è da preoccuparsi: i giapponesi stessi imparano ad usarlo bene solo una volta che finiscono la scuola ed entrano nel mondo del lavoro.

Ci sono delle cose che bisogna assolutamente evitare di fare in un contesto sociale? Starnutire in pubblico, per esempio…

 

Starnutire non direi… forse alludi al soffiarsi il naso! In effetti, mentre noi ce lo soffiamo, in Giappone si tende a tirar su con il naso. Ricordo molti miei studenti raffreddatati che tiravano su con il naso per tutta la lezione… In genere si evita di soffiarsi il naso di fronte ad altre persone ed è preferibile usare un fazzoletto di carta che viene poi gettato e mai messo in tasca dopo l’uso. Tra le altre cose che mi vengono in mente: evitare di mangiare in piedi o camminando per strada, non parlare al cellulare sui mezzi pubblici, evitare il contatto fisico diretto, non guardare troppo negli occhi la gente, non interrompere qualcuno mentre sta parlando o formulando un’idea.

Al di là del giapponese, sei un amante delle lingue, e ci siamo anche conosciuti di persona. Quali sono le lingue su cui stai lavorando? Con piacere so che stai usando il mio metodo. Cosa ne pensi? Punti forti e punti deboli.

 

Sì, a scuola ho sempre studiato inglese, ma per conto mio mi sono interessato a tedesco, francese, russo e greco. Tuttavia, non avendo un metodo di studio preciso, mi sono soprattutto concentrato sulla grammatica e la comprensione scritta, per cui in tutte queste lingue ho una conoscenza passiva. Poi due anni fa ho scoperto su Youtube i video di altri appassionati di lingue e mi è tornata la voglia di studiarle. Mi interessava soprattutto conoscere il loro metodo di studio e, tra i tanti “poliglotti”, tu mi hai colpito in maniera praticolare per le grandi abilità che dimostri. Ero deciso a provare il tuo metodo e ho cercato di interpretarlo a modo mio applicandolo al ceco. Tuttavia, dopo sei mesi di studio, vedevo che qualcosa non andava. Mi illudevo di finire il mio Teach Yourself Czech e riuscire già a parlare decentemente, e invece… Fu questa delusione che mi spinse a contattarti e a venirti a trovare fino a Parigi. E sono felice di averlo fatto! Parlare con te mi ha aiutato a capire che seguivo una routine sbagliata, procedevo in maniera troppo veloce e non mi davo il tempo di “digerire” il materiale trattato; ero anche troppo impaziente di vedere dei risultati. Ma soprattutto ho capito che non ero sufficientemente motivato a studiare ceco, una lingua scelta per caso dopo una vacanza a Praga. Dopo l’incontro con te, ho deciso dunque di applicare il metodo allo spagnolo. Ora, a distanza di sette mesi, raccolgo i frutti del mio lavoro e sono sorpreso dai risultati raggiunti.

Se dovessi descrivere il tuo metodo, tre sono gli aggettivi che mi vengono in mente:

1. naturale – grammatica e vocabolario vengono assimilati in maniera del tutto naturale

2. graduale – piccole quantità di informazioni alla volta “digerite” senza sforzo e stress

3. efficace – vengono sviluppate contemporaneamente le varie abilità e con risultati tangibili

Se si ama scrivere e imparare traducendo, questo metodo permette di acquisire un solida base nella lingua fino a un livello intermedio. Una volta finito un libro di base (Assimil, Teach Yourself, ecc.) si può continuare con testi più lunghi e articolati. Tuttavia, per sviluppare una vera e propria “fluency” nel parlato bisogna integrarlo con attività più pratiche. Tra i consigli che tu dai, quello di iniziare fin da subito a parlare da soli, oppure chattare per iscritto e poi a voce con i madrelingua. A queste attività, io ne ho aggiunte altre: ho fatto scambio italiano-spagnolo con un madrelingua; ho frequentato un gruppo di conversazione inglese-spagnolo; dal terzo mese di studio ho cominciato a guardare  ogni giorno la TV spagnola (telegiornale, serie TV, ecc.); a sei mesi ho iniziato a leggere El País, libri, riviste… In pratica è necessario attaccare la lingua da più fronti e fare sempre attività che si trovano gradevoli e interessanti. Come tu stesso dici, si va da un lavoro di qualità svolto su un manuale a cui si aggiunge la quantità. E devo dire… i risultati sono davvero incredibili! Non finisco mai di ringraziarti per avermi dato modo di conoscere un metodo così efficace.

E io ringrazio te, Luca, per questa bella intervista!

 

Grazie a te!

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Luca Toma

Appassionato di lingue e culture diverse, nel 2000 si è laureato in Lingua e Letteratura giapponese presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia e da allora cerca di affiancare la passione per la traduzione con la ricerca di nuovi metodi per l’insegnamento e l’autoapprendimento delle lingue. Traduttore dal giapponese, ha soggiornato a Tokyo per quasi 10 anni. Dopo un master in grafica presso la Tama Art University, ha lavorato nella stessa come docente di inglese, e come professore di italiano presso la Obirin University. Nel 2009 ha conseguito un master in Linguistica Applicata e Glottologia presso la London University e attualmente è docente di giapponese e italiano presso la Oxford Brookes University.

Luca è disponibile per lezioni private via Internet. Insegna giapponese (in italiano o inglese), e italiano (in giapponese o inglese).

Consigli sull’apprendimento dei caratteri cinesi

Il cinese, in quanto lingua che non presenta un “alfabeto” strettamente fonetico, spaventa molti studenti per un aspetto particolarmente impegnativo: la scrittura.

I caratteri cinesi (汉字hanzi o “caratteri Han”) sono più propriamente dei logogrammi, in cui ciascun simbolo rappresenta un morfema (o un’unità espressiva della lingua), e sono usati principalmente per scrivere il cinese, nonché in parte il giapponese e altre lingue. E’ uno dei sistemi di scrittura utilizzato con più continuità al mondo. Il numero di caratteri cinesi contenuti nel famoso dizionario Kangxi (康熙字典 Kāngxī Zìdiǎn, compilato nel 1710 per ordine dell’imperatore Kang Xi della dinastia Qing) è approssimativamente di 47,035.

Ma cos’è che rende i caratteri cinesi così difficili?

Innanzitutto, bisogna chiarire che conoscere un carattere cinese vuol dire:

1) riconoscerne il significato a partire dalla forma

2) sapere tono e pronuncia a seconda del contesto (uno stesso carattere può avere pronunce diverse)

3) sapere come si scrive (esiste un ordine con cui scrivere i vari tratti)

Per il carattere 爱, ad esempio, occorrerà riconoscerne il significato, e cioè “amore”; sapere che si pronuncia ài con il 4° tono (discendente), e infine sapere che è composto da 9 tratti che vanno scritti a partire dall’alto verso il basso e da sinistra verso destra.

Il primo aspetto difficile del cinese è la totale assenza di punti di riferimento. Uno studente alle prime armi si potrebbe trovare davanti alla seguente frase:

我是意大利人 (Sono italiano.)

Non saprebbe come pronunciarla, a meno di non averla in versione digitale e usare un software per risalire alla pronuncia dei caratteri oppure di avere un testo corredato da pinyin, il sistema di notazione fonetica e traslitterazione del cinese in caratteri latini (si veda http://lost-theory.org/chinese/phonetics/ per ascoltarne anche il suono)

La classica domanda posta a chi parla o studia cinese è: “Ma tu quanti caratteri conosci?”

E’ questo un quesito che riflette un’idea diffusa, ma spesso erronea, sull’apprendimento del cinese, e cioè che il numero di caratteri conosciuti sia rappresentativo dell’effettiva conoscenza della lingua. Be’, questo è un falso mito che occorre sfatare.

Ma ancor prima di parlare di scrittura e analizzarne le difficoltà, è opportuno fare un prima osservazione sulla natura della lingua cinese. Il cinese è considerata una lingua isolante, cioè una lingua che non possiede né declinazioni o flessioni, con una morfologia quasi inesistente. Indicando il morfema come la minima unità che definisca un significato, ne consegue che nelle lingue isolanti le parole non sono scomponibili in unità morfologiche più piccole. Queste lingue non si esprimono tramite modificazione delle parole (suffissi, desinenze, ecc.), ma in genere attraverso la posizione che esse occupano all’interno della frase. E’ indubbio, quindi, che il mattone fondamentale di una lingua come il cinese sia proprio il carattere cinese preso singolarmente. Questo aspetto era ancora più evidente nel cinese classico, in cui ogni idea corrispondeva in genere a un’unica sillaba e a un unico carattere, mentre il cinese moderno tende a formare parole composte da due o tre sillabe.

Una maniera tradizionale di affrontare lo studio dei caratteri cinesi parte proprio dal presupposto di considerarli come entità a sé stanti: si imparano e memorizzano, scrivendoli ripetutamente uno dopo l’altro, sulla base di liste che li ordinano per difficoltà e/o frequenza. Questo è il modo in cui i caratteri vengono affrontati in molti corsi di lingua, attraverso uno studio di tipo sistematico, in cui vengono spesso considerati a parte e fuori contesto. Si finisce così per perdere di vista quello che è l’obiettivo principale dello studio di una lingua, e cioè quello di saperla usare come strumento di comunicazione. E’ chiaro che studiarli in questa maniera serve a ben poco. Anzi, così facendo non si fa altro che rallentare l’acquisizione della lingua stessa.

Va altresì notato che scegliere di studiarli scrivendoli a mano risulta ancora più impegnativo e faticoso, soprattutto nelle prime fasi dell’apprendimento. Se infatti questo tipo di attività “cinestetica” può in parte essere utile alla loro memorizzazione (perché il cervello collega il movimento di scriverli tratto dopo tratto in un ordine stabilito, con la forma completa del carattere), resta il fatto che farlo come parte di uno studio sistematico di stampo tradizionale rappresenta un carico decisamente pesante per la nostra memoria: bisognerebbe, infatti, non solo ricordare come ciascun carattere va scritto (numero dei costituenti, ordine dei tratti, ecc), ma allo stesso tempo ricordarne il significato, la pronuncia e infine il tono. Tutte informazioni che verrebbero “spinte a forza” nel nostro cervello.

Ma veniamo, invece, a quello che potrebbe essere definito come uno studio dinamico dei caratteri cinesi, che al contrario si presenta come un metodo molto più efficace e meno pedante. Lo studio si articola nelle seguenti fasi:

1. Fase di “analisi” del testo

E’ la fase in cui si viene a contatto col testo nella lingua studiata (L2), analizzandolo dettagliatamente in ogni sua parte (vocaboli, strutture, ecc.), per poi trasferirlo nella propria lingua madre (L1). Il punto chiave, soprattutto nel caso del cinese, è garantirsi sempre di avere a disposizione un testo in caratteri che sia corredato di pinyin e di audio: l’obiettivo è quello di trovarsi nelle condizioni ideali di capire già cosa si sta imparando. In tal senso, l’avvento di Internet ha rivoluzionato lo studio delle lingue, sebbene molti non ne sappiano ancora approfittare.

Un ottimo esempio si palesa in questo contesto: se si trova un testo online in caratteri cinesi, si possono usare dei preziosi strumenti non solo per garantirsi la conversione del medesimo testo in lettere latine (pinyin) con la possibilità di avere una traduzione delle singole parole per mezzo di finestre pop-up* oppure di stamparlo su carta corredato da un glossario (vedi: MandarinSpot), ma anche di poterlo ascoltare inserendolo in appositi riquadri che vengono intonati da un sintetizzatore vocale (text-to-speech). Un’esempio lo si trova qui. E, dulcis in fundo, ci si può garantire rapidamente una traduzione a grandi linee, che funziona particolarmente bene nel caso di una lingua dalla sintassi non troppo complicata quale il cinese (Google translate)

Nel caso, invece, in cui non si abbia a disposizione un testo in versione digitale, ma ci si trovi a lavorare a partire da un libro di testo, la procedura è praticamente la stessa: ammesso che se ne abbia a disposizione una traduzione, il testo va letto in italiano (L1) e confrontato con l’originale cinese (L2). Lo scopo dell’operazione è quello di capirlo a fondo, prendendo nota sul testo testo di tutto ciò che è nuovo e sconosciuto.

Si fa notare, infine, come nella fase di analisi, la possibilità di avere a disposizione una traduzione del testo, possibilmente corredata da spiegazioni di termini e strutture particolari, è rivoluzionaria, perché permette di evitare totalmente la consultazione di dizionari: cercare una parola in un dizionario cinese può  in effetti essere un’esperienza abbastanza lunga e penosa. Si dovrebbe essere già in grado di estrapolare il cosiddetto “radicale” da un carattere e, sulla base del restante numero di tratti, cercarlo su un dizionario; oppure procedere a una ricerca per “numero totale di tratti” e quindi scorrere l’enorme numero di caratteri ivi elencati fino a individuare quello in questione, per poi guardare tutti i composti sotto di esso riportati al fine di trovare il composto corrispondente al termine cercato e risalirne così al significato…

2.  Fase di “sintesi” del testo

Per “sintesi” si intende la ricostruzione del testo originario attraverso la ri-traduzione dello stesso in cinese (L2). A tal scopo, si consiglia di lavorare al computer servendosi di un programma di videoscrittura. Per il cinese, il più facile ed intuitivo è senza dubbio Google Pinyin di cui dovrebbe esistere anche una versione per utenti Mac) oppure aggiungere il cinese nella barra della lingue di Windows (pannello di controllo>opzioni internazionali della lingua>tab “lingue”>”dettagli”>”aggiungi”).

Tramite questa tecnologia è possibile utilizzare la tastiera direttamente in lingua scrivendo però in caratteri latini, cioè in pinyin. Partendo dalla pronuncia, si può inserire con facilità del testo in cinese in qualsiasi word processor. Questa è un’operazione molto importante: essa presuppone non solo che si sia ben assimilata la pronuncia (e quindi la trascrizione in pinyin) del testo da inserire attraverso varie sessioni di ripetizione (ascolto e lettura), ma comporta anche un’altra operazione, parallela e di grande utilità ai fini dell’apprendimento dei caratteri. Per potere infatti inserire quelli giusti, bisogna essere in grado di riconoscere, fra i tanti omofoni offerti dal programma di videoscrittura, i caratteri che vanno usati in quel particolare contesto. Sarà proprio questo sforzo ripetuto che, a lungo termine, permetterà al nostro cervello di formare quel legame tra suoni (pinyin) e forme ad esso associate (hanzi) con molto meno stress rispetto a uno studio sistematico e fuori da un contesto specifico.

Una volta che si utilizzano questi utili strumenti che ci vengono messi a disposizione dalla rete, il gioco è fatto: basta solo impostare la propria routine di studio in una maniera ciclica e dinamica che permetta di affrontare, sessione dopo sessione, un testo sotto diversi aspetti. I passi (steps) attraverso cui affrontare ciascun testo saranno i seguenti:

sessione 1 – ascolto e lettura (confrontando frase per frase con la traduzione in L1)

sessione 2 – analisi (frase per frase, evidenziando termini  e strutture sconosciuti)

sessione 3 – ripetizione (ascolto e lettura, solo pinyin)

sessione 4 – traduzione in L1 (frase per frase, senza guardare alla traduzione a disposizione)

sessione 5 – ripetizione ripetizione (ascolto e lettura)

sessione 6 – sintesi in L2 (traduzione, frase per frase, in pinyin e verifica finale degli errori)

Si consiglia vivamente di ignorare i caratteri cinesi durante i primi 3-4 mesi di studio, concentrandosi esclusivamente sulla scrittura fonetica (pinyin). L’obiettivo primario, all’inizio, è infatti quello di imparare prima il suono di una parola (e quindi anche il suo significato), e solo in un secondo momento il carattere, o caratteri, ad esso associati.

Dunque, in fase di sintesi, e cioè quella che “chiude il cerchio” e sancisce il completo assorbimento di un’unità linguistica (dialogo, testo generico), si scriverà la traduzione solo in pinyin, senza usare ancora gli strumenti di videoscrittura di cui si parlava poc’anzi. Il tono lo si potrà semplicemnte indicare con un numero (Es. 我是意大利人 diverrà: wo3 shi4 yi4da4li4 ren2). Una volta preso dimestichezza con il pinyin, si farà il passaggio ai caratteri. Si cominceranno, quindi, a rivedere i testi già studiati guardando stavolta ai caratteri, e a tradurli in cinese con il Google Pinyin.

Infine, per coloro che per vari motivi (esami universitari, ecc.) abbiano bisogno di saper già scrivere in caratteri, si potrà modificare lo schema degli steps da seguire inserendo, tra le varie operazioni da fare, un’osservazione particolareggiata del testo in caratteri, la sintesi svolta fin dall’inizio con l’ausilio dello strumento di inserimento degli hanzi, e infine delle sessioni dedicate alla scrittura manuale dei testi.

sessione 1 – ascolto e lettura (confronto testo in traduzione L1 con originale in pinyin e caratteri)

sessione 2 – analisi (frase per frase, evidenziando termini e strutture sconosciuti)

sessione 3 – ripetizione (ascolto e lettura, solo pinyin e/o solo in caratteri)

sessione 4 – traduzione in L1 (frase per frase, senza guardare alla traduzione a disposizione)

sessione 5 – ripetizione (ascolto e lettura, solo pinyin e/o solo in caratteri)

sessione 6 – sintesi in L2 (traduzione, frase per frase, in caratteri e verifica finale degli errori)

                                                                            +

sessione 7 – copiare il testo in caratteri a mano

sessione 8 – scrivere il testo in caratteri a partire da una versione in pinyin

E per finire, nel caso in cui si dovesse aver bisogno di conoscere l’ordine dei tratti di un determinato carattere, si può sempre fare riferimento all’utilissimo sito di Arch Chinese, il quale  fornisce delle splendide animazioni su come scriverlo, nonché tutta una serie di informazioni ad esso relative (vocaboli composti, frasi che lo contengono, ecc.).

Se da una parte il numero di caratteri da ricordare o riconoscere rimane elevato, il sistema di scrittura cinese è abbastanza razionale, e una volta capito il meccanismo secondo cui i vari componenti sono assemblati fra di loro, il processo di apprendimento diventa più facile e veloce. E’ tutta questione di abituarsi a vedere il maggior numero di caratteri possibile e il resto viene da sé.

Scritto e concepito da Luca Lampariello e Luca Toma